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Festival della Complessità
VIII Edizione
Maggio - Luglio 2017
 
Avvio del Festival, presentazione del 20 Aprile 2017
 
Il Festival della Complessità, giunto alla sua ottava edizione, anche quest’anno si svolge in decine di città italiane, tra Maggio e Luglio, con centinaia tra conversazioni, discussioni, proiezioni di film, giochi, incontri interattivi, in cui esperti e pubblico scambiano idee e ragionamenti riguardo la necessità di cambiare punto di vista e approccio per affrontare le sfide sempre più complesse che si dipanano tra le reti sociali, coinvolgendo medicina e filosofia, economia e ambiente, reti digitali e intelligenza artificiale, insegnamento e management, politica e psicologia...
 
Questa ottava edizione del Festival della complessità, diffuso e a km zero, si inaugura con una tre giorni ricca di incontri che si svolge a Tarquinia nel primo weekend di Maggio, da Venerdì 5 a Domenica 7.
 
 
Il programma completo degli incontri che si terranno fino a Luglio in una trentina di città italiane (e non solo) è in allestimento e sarà disponibile entro la fine di aprile.
 
Tutte le altre informazioni si trovano sul sito del Festival della Complessità >>>
 
Qui di seguito i punti chiave del Festival e le domande ricorrenti, con le rispettive risposte.

Perché un Festival dedicato alla Complessità?
Il Festival della Complessità, arrivato oggi alla sua ottava edizione, è nato e si è sviluppato nella convinzione che i concetti di complessità e di sistema stiano aprendo la strada a nuove concezioni della vita e della realtà.
Il Festival è la prima e unica manifestazione nazionale dedicata a porre in evidenza la complessità e il pensiero sistemico nel dibattito culturale e scientifico del nostro paese.

Perché un Festival della Complessità diffuso e a Km zero?
Perché propone eventi nati dalla creatività di una pluralità di soggetti che, con diversi orizzonti culturali e scientifici, vogliono essere parte di quella rete invisibile d’iniziative e manifestazioni che animano il panorama culturale del nostro paese.
Così, tra Maggio e Luglio di questo 2017, in decine di città, si svolgeranno centinaia di eventi in cui si discuterà della crescente complessità dei tempi che viviamo e del futuro che ci aspetta.

Quali obiettivi si pone il Festival della Complessità?
Il Festival intende essere un’occasione per diffondere il pensiero sistemico e per mantenerlo vivo in più punti della società, in altrettanti incubatori.
Esprime l’idea che la cultura sia un sistema diffuso, capillare, in grado di generare “dal basso” e in maniera diffusa nuove idee e nuove visioni capaci di confrontarsi con l’incertezza dell’epoca in cui viviamo. È un festival libero, autofinanziato e senza scopo di lucro. Vuole infrangere il monopolio della cultura di massa alimentato dai grandi mezzi di comunicazione. Vuole mobilitare e valorizzare quel patrimonio di creatività e di risorse civili, scientifiche e culturali locali così diffuso nel nostro paese.

Un Festival per riflettere. Su cosa?
Gli eventi del Festival della Complessità propongono di riflettere sulla fecondità dell’approccio sistemico inteso come nuova chiave interpretativa della realtà. Propongono di riflettere su come orientarci in questa nostra epoca dominata dalla globalizzazione in cui tutto sembra tradirci.  
La scienza, il progresso, il benessere che abbiamo conquistato sembrano rivoltarsi contro di noi. Il progresso appare intrecciato con inquinamento, conflitti, crisi economica, corruzione, solitudine, malattie, iniquità sociale. Le variabili in gioco sono troppe, nessuno sembra in grado di metterle  sotto controllo; e non ci sono ricette magiche o soluzioni semplici. Mentre molti decisori economici e politici pensano ancora che il futuro dipenda da programmi da realizzare in maniera lineare.

Un Festival per addetti ai lavori?
Il pensiero sistemico non è una filosofia esoterica: è comprendere la complessità del vivere e agire nella nostra vita, nel mondo e nel tempo a noi assegnati.
Il nostro futuro è affidato a una rivoluzione cognitiva, sia collettiva che individuale, che richiede la consapevolezza di quanto siano collegati con noi i comportamenti e i destini di stati, comunità e individui apparentemente molto lontani. Viviamo in un mondo che è sempre più un unico contesto condiviso dall’intera umanità. Ecco perché è  bene guardare alla configurazione a rete che sta assumendo il nostro pianeta, alle reti di relazioni che si vanno stabilendo all’interno della società e tra continenti, regioni, stati con i quali condividiamo un destino di coevoluzione e la responsabilità di uno sviluppo sostenibile.

In che mondo viviamo?  
È questa la domanda che si pone il Festival della Complessità quest’anno, in occasione della sua ottava edizione. Questa domanda generale ci permette di discutere della complessità (ovvero di quel filo rosso che lega tutta la storia dell’uomo), insieme con tutti coloro che vogliono aprirsi a una nuova visione del mondo in cui viviamo, cercando nuove risposte a domande di oggi e di sempre.

L’evento d’inaugurazione del Festival della Complessità 2017
Il Festival della Complessità quest’anno prende il via nel centro storico di Tarquinia, il 5, 6 e 7 Maggio.
Trenta conversazioni per parlare di: scuola, social network, origine della vita e ambiente, filosofia in pratica, etica della responsabilità, globalizzazione, frontiere dell’epigenetica, medicina e salute, economia circolare, mondo in decostruzione, complessità del sistema Europa, società digitale, liberismo pulsionale, mito della genetica, bufale online.
E poi docufilm, speaker’s corner, visite guidate e #InvadiTarquinia, un urban game per visitare il museo di Tarquinia condividendo l’esperienza attraverso i social network grazie a #InvasioniDigitali.
Tre giorni da trascorrere tra cultura, storia, arte, natura e cucina genuina.
 
 
Alcune notizie e un po' di materiali che possono essere utilizzati dai giornalisti che vogliono parlare del Festival della Complessità:
 
Per conoscere il Festival e la sua filosofia, clicca su COMPLESSITÀ
 
Per accedere a tutti i materiali e programmi delle edizioni passate, vai all'ARCHIVIO
 
Per avere una breve descrizione degli enti che hanno organizzato il Festival della Complessità e visitare i loro siti, clicca su CHI SIAMO
 
Per visionare l'elenco dei partner promotori che hanno affiancato gli organizzatori centrali nella realizzazione del Festival, vai a PARTNER PROMOTORI
 
Per approfondimenti, notizie, dettagli o interviste, scrivere alla Segreteria del Festival o direttamente a Valerio Eletti, Coordinatore Editoriale
 
Alcuni brani tratti da interviste agli organizzatori:
 
Come nasce l'idea di questo Festival e perché avete deciso di organizzarlo
 
Il Festival della Complessità è nato sei anni fa da un piccolo gruppo di medici e psicologi che avevano iniziato da qualche anno ad applicare il pensiero complesso al proprio lavoro e ne avevano tratto vistosi vantaggi concreti.
 
L’idea vera e propria è stata di Fulvio Forino, un medico che era stato a lungo direttore sanitario dell’ospedale San Camillo di Roma, dove aveva risolto diversi problemi organizzativi coinvolgendo gli infermieri e tutto il personale che lavorava a contatto quotidiano con i pazienti: l’approccio era (ed è) quello che gli esperti di management chiamano “sistemico”, un metodo di gestione delle organizzazioni che si basa sui concetti chiave delle teorie dei sistemi complessi capaci di adattarsi agli ambienti che variano di giorno in giorno.
 
 
Come si concretizzò la prima edizione del Festival?
 
Gli attori chiave in campo nel 2009 furono, oltre a Fulvio Forino (che aveva fondato nel lontano 1997  Dedalo97, un’associazione di direttori sanitari interessati all’approccio sistemico) e al suo collaboratore Alessandro Perfumo, anche Sergio Boria (uno psicoterapeuta che applicava le teorie di Bateson per affrontare il complesso intreccio dei nodi psicologici familiari, e che l’anno prima aveva fondato una associazione di epistemologia e metodologia sistemica, l’Aiems) e Franco Bifulco, direttore sanitario di Viterbo, che aveva coinvolto il sindaco e l’assessore alla cultura di Tarquinia nella realizzazione di una manifestazione (appunto la prima edizione del Festival), che potesse far incontrare grandi studiosi e ricercatori dei sistemi complessi con la popolazione locale e i turisti nel corso di conversazioni sotto le stelle, in piazza o nei chiostri delle antiche chiese della città, nelle serate estive del 2010. E così fu. Il successo fu grande e inaspettato, con migliaia di partecipanti che arrivavano dalle località di vacanze dei dintorni e soprattutto da Roma.
 
E così il Festival prese il via, proponendo ogni anno d’estate una nuova edizione: una seconda volta a Tarquinia, poi a Viterbo e a poi Carpineto Romano. Fino a esplodere nell’edizione della sesta edizione del 2015 (www.dedalo97festivaldellacomplessita.it), che ha proposto dall’inizio di maggio alla metà di agosto 194 eventi e conversazioni, in cinquantadue città distribuite su undici regioni, dal Piemonte alla Sicilia, dal Veneto alla Sardegna, con più di 10.000 partecipanti e oltre 40.000 accessi al sito.
 
 
Cosa avete scoperto che prima non sapevate, grazie all'avvio di questa iniziativa?
 
La cosa che ci ha colpito fin all’inizio è stata la grande, inaspettata attenzione del pubblico nelle piazze e la voglia di ragionare su questo nuovo modo di affrontare i problemi e la complessità sociale: un pubblico che sentiva il pensiero complesso e l’approccio sistemico spiazzanti e anti-intuitivi, ma anche curiosi e utili nel concreto, nella vita di tutti i giorni.
 
Altra scoperta: gli studiosi e i ricercatori che lavoravano sui temi delle reti e dei sistemi complessi, vivendo di norma un loro isolamento legato alla propria disciplina, aderirono al Festival con entusiasmo, senza ricevere compensi, per la curiosità e il piacere di confrontarsi con ricercatori di altre discipline su quello che gli studiosi chiamano un “cambiamento di paradigma”, ovvero un cambiamento del modo di pensare e di affrontare i problemi che viene a monte del lavoro scientifico, nella impostazione stessa del ragionamento. Questa seconda scoperta ci diede particolare soddisfazione perché fu una sorta di risposta al desiderio nostro - e mio in particolare – di connettere gli studiosi della complessità sparsi sul territorio e tra le discipline: già tre anni prima, infatti, nel 2006, proprio per superare l’isolamento di tanti ricercatori interessati alla complessità, avevo fatto nascere all’Università Sapienza di Roma il progetto Complexity Education con lo scopo di connettere tra di loro le tante eccellenze nascoste nella ricerca italiana sui sistemi complessi (nessuna azione di coordinamento infatti è svolta in Italia, al contrario di altri paesi come la Francia, in cui il governo investe da anni milioni di euro per sensibilizzare la propria classe dirigente a una visione complessa, sistemica, reticolare dei problemi, degli ambienti e dei sistemi sociali, siano essi pubblici o privati).
 
Oggi, dopo questi quattro anni di confronti e incontri, si è finalmente creata una comunità di studiosi e appassionati che attraversa tutte le aree geografiche e le aree disciplinari: lo dimostra la risposta generosa, ricca e appassionata che c’è stata alla proposta di rendere il festival diffuso su tutto il territorio.
 
 
Credete che la complessità possa cambiare il mondo? Se sì, come?
 
Ne siamo profondamente convinti. Il tradizionale approccio lineare che si adotta per abitudine nell’affrontare i problemi più svariati, da una crisi finanziaria all’internazionalizzazione di una azienda, dalla gestione di un’epidemia alla cura di un paziente anziano e complesso, sta dando risultati catastrofici, con fallimenti e insuccessi che sono sempre più sotto gli occhi di tutti. Questo perché il nostro tradizionale paradigma culturale, il nostro modo abituale di affrontare i problemi, ci deriva dai successi conseguiti in tre secoli dal metodo scientifico classico, che divide i problemi complicati in sotto-problemi che, una volta risolti uno per uno, portano alla soluzione dell’insieme: un metodo che vediamo agire con successo su tutto ciò che riguarda macchine e industria. Un metodo che fallisce però miseramente quando lo applichiamo a un qualunque sistema che sia biologico o sociale, culturale o ecologico, per il semplice motivo che i sistemi complessi, dinamici, che si sanno adattare all’ambiente (appunto i sistemi viventi o sociali) non rispondono alle leggi lineari della causa-effetto: sono sistemi che reagiscono con grandi effetti a piccole cause (l’effetto farfalla) o viceversa, sistemi che possono passare da uno stato di equilibrio a un altro in maniera imprevedibile, che hanno una loro storia non ripetibile, che non sono mai prevedibili in maniera deterministica...
 
In sintesi possiamo dire che il mondo che stiamo costruendo tutti insieme è un mondo sempre più interconnesso, e dunque sempre più complesso: non nel senso di più complicato, ma nel senso di sempre più intrecciato geograficamente, culturalmente, economicamente attraverso le reti sempre più fitte che abbiamo costruito negli ultimi decenni: da quelle elettriche, ferroviarie o aeree a quelle radiofoniche, televisive e soprattutto alle reti digitali, con i computer collegati giorno e notte, gli smartphone geo-localizzati, i social network sempre più ricchi di comunità in contatto tra loro.
 
Senza contare la complessità introdotta da altri fenomeni globali, diversi ma convergenti: l’entrata sulla scena politica, economica, ecologica, culturale e finanziaria di due miliardi di persone (dalla Cina, dall’India, dal Brasile); la biotecnologia; le emigrazioni gigantesche dal sud al nord del pianeta; l’avvicinarsi della cosiddetta “singolarità”, ovvero il momento in cui le intelligenze artificiali sapranno elaborare più dati – e in maniera più efficace e veloce – di quanti ne possiamo elaborare noi umani, in quella che gli specialisti chiamano con una espressione efficace “l’età ibrida”.
 

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